2017, Dicembre, Tutela e conservazione dei beni culturali dal XVII al XX secolo

 

La tutela, la protezione del patrimonio artistico e dei monumenti è sempre stata una forte preoccupazione dei governanti italiani, che in ogni epoca si trovavano davanti capolavori assoluti e una massa enorme di opere artistiche di straordinaria importanza e, nel contempo, i rischi delle vendite inconsulte, delle sottrazioni

e delle sparizioni per mano dei sovrani europei, che volta per volta si innamoravano di quei tesori e facevano di tutto per averli e apparire grandi
in patria con collezioni prestigiose di opere degli artisti migliori. I più solleciti furono i papi, che in super cie per costosissime ricchissime committenze, e nel sottosuolo per strati cate intatte e meravigliose presenze archeologiche, disponevano di risorse in nite.
Dopo gli incarichi come curatori delle antichità, dati rispettivamente a Raffaello
e a Michelangelo daiponte ci Leone X Medici e Paolo III Farnese, i cardinali camerlenghi si incaricavano di proteggere attraverso bandi con allegati elenchi opere antiche e moderne a partire dal sec. XVII; in ne, si giunse al chirografo di Pio VII del 1802 che funge da pietra miliare della tutela, col quale Antonio Canova venne incaricato della “conservazionedei monumenti e delle produzioni delle Belle Arti” e col quale nacquero l’etica conservativa, la ricerca scienti ca e la didattica diffusa attraverso l’attività di accademia; egli sarà inviato a Parigi nel 1816 per ottenere la restituzione delle opere trafugate. Gli fu amico e collega il pittorepiacentino Gaspare Landi, sommo propagatore del neoclassicismo e principe della raffaellesca Accademia di San Luca, il quale fornìa Piacenza numerosi capolavori, tra cui la Salitaal Calvario del 1804-1808, che risarcisce la città proprio negli anni delle barbare sottrazioni napoleoniche.

Per Piacenza e Parma fu inviato Giuseppe PoggiLa Cecilia, che ricomprò addirittura il Codice pergamenaceo di Angilberga dell’anno 827, ora alla Biblioteca Comunale di Piacenza. Ma l’atto istitutivo della normativa, per cui
la conservazione da reale divenne legale, fu l’Editto del card. camerlengo Bartolomeo Pacca, del 1820, uscito appena dopo le brutali sottrazioni napoleoniche
(i francesi, si diceva, non sono tutti ladri, ma b(B) uonaparte sì; avevano rubato anche il papa) e dopo le benemerite restituzioni seguite al congresso di Vienna. “Quelle stesse passate vicende, che fecero temporaneamente perdere a Roma molti e molto stimabili e preziosi Capi d’Opera per Arte, per Antichità e per Erudizione, de’ quali per un tratto di rettitudine, che ha fatto tanto onore ai Sovrani, dai quali è proceduto, fu avventurosamente ristorata, fecero del pari obliare
le medesime più recenti prescrizioni Sovrane; per le quali cose Sua Beatitudine, intenta sempre alla speciale protezione delle Belle
Arti, ci ha comandato coll’Oracolo della sua
viva Voce di rinnovare, aggiungere e promulgare
tutti quei Regolamenti, che tender possano a questo lodevole scopo, derogando alle passate Costituzioni,
che vi si opponessero, e richiamandole in pieno vigore per il rimanente.” In

attuazione fu costituita la Commissione delle Belle Arti e d’Antichità ad ornamento del Ponti ci Musei, composta da ispettori, commissari, un esperto dell’Accademia di San Luca, un magistrato, la quale a sua volta doveva nominare le Commissioni delle province dei Domini Ponti ci con i medesimi compiti di vigilanza e controllo e di segnalazione di rischi. Lo strumento principe da compilare era
la distinta Nota, cioè la registrazione delle opere
che ogni assegnatario di
enti ecclesiastici o pubblici doveva consegnare e aggiornare.

La Commissione centrale aveva le seguenti prerogative: 

 

;